Ho un compagno molto speciale su ilmediano.it

Le differenze, a partire dai rapporti
scolastici, d’amicizia e sentimentali,
alimentano il valore
dell’integrazione costruendo una
società pronta al principio: nessuno
è diverso dall’altro.
Nella continua osservazione del
vissuto che va sviluppandosi tra le
pareti scolastiche, ritorna, anche
quest’anno, una particolare iniziativa
di sensibilizzazione, rivolta alle nuove
generazioni, sul tema
dell’integrazione.
Avere un compagno disabile nella propria classe, magari accanto allo stesso banco, è un primo
mattone nella costruzione di un’esperienza di vita consapevole, matura e aperta alle diversità. Una
palestra per l’occhio e la mente che tira giù ogni steccato. È questa la motivazione che anima lo
spirito dell’iniziativa che prevede perfino un concorso letterario.
L’inclusione scolastica, obiettivo di questo progetto e dall’Associazione Diversamente Onlus, sottolinea
l’importanza di avere un compagno di vita cosiddetto “speciale.”
L’amicizia, così come le relazioni sentimentali, sono argomenti di grande interesse nella vita di ogni
disabile, ma che fin troppo spesso vengono sminuiti o addirittura ignorati. Le difficoltà di relazione,
che affliggono i disabili a partire dal contesto familiare, sono una amara conseguenza di chi vive una
condizione di handicap ed è costretto, a causa dei limiti fisici e strutturali, a non poter
autodeterminare il proprio io. Le sue voglie. La sua volontà.
Questi impedimenti, purtroppo, rendono le giornate del disabile ancor più frustranti. Una
insoddisfazione che amplifica a dismisura il senso di inadeguatezza e di non accettazione che si ha di
se stessi. Ci si vede estranei da qualsiasi contesto e non si ha mai la sensazione di essere parte
integrante della collettività.
La società appare costantemente stupefatta ogni qual volta un portatore di handicap prova a svolgere
una vita “normale”. Uno stupore che sembra quasi voler negare, all’altro, il piacere di potersi godere la
propria esistenza. Di provare emozioni, desideri e appetiti.
Percepisci la diversità che ti porti addosso nei loro occhi non appena ti osservano. Avverti quel raggio
tagliente che seppur fugace, ti dice chiaramente, senza filtri: ma come fa a vivere?
Per vivere non ci vuole coraggio. Ma semplicemente dignità. La dignità di sentirsi fieri di ciò che si è.
Soddisfatti della propria appartenenza, nel bene e nel male. Esserlo nei giorni felici e nei giorni meno
radiosi. In quei giorni dove vorresti vivere a tutti i costi, e in quei giorni dove vorresti semplicemente
sparire. Nei momenti in cui ti andrebbe di sorseggiare cocktail su di un’isola tropicale, o quando
vorresti ingerire mille pillole e non svegliarti più.
Per questo, al di là di tutte le considerazioni e le iniziative in favore dell’integrazione, dell’inclusione,
resto convinto che non si debba insegnare a nessuno come voler bene ad un’altra persona. Come
doversi affezionare a qualcuno. I sentimenti sono come il respiro. Nessuno te lo insegna. Nasci, e già
sai.

Nella mia breve esperienza di vita, le persone che mi sono state accanto, dagli amici più cari alle
donne che ho amato, non si sono mai legate a me per la condizione, per le leopardiane sofferenze che
posso avergli suscitato. L’hanno fatto per ciò che sono riuscito a trasmettergli in quanto persona.
Difetti compresi.
Se consideriamo l’amicizia o l’amore verso un disabile
come un fatto speciale, particolare, soltanto per
l’evidente differenza tra una persona e l’altra,
abbiamo alzato un ulteriore muro divisorio tra “buoni”
e “non buoni”. Siamo stati padri o madri di una
considerazione triste e amara allo stesso tempo. La
disabilità rappresenta un limite nel panorama di chi
non sa riconoscere un orizzonte senza fine. Una
distesa sconfinata di personalità, umori, sofferenze.
Un valore universale, quello umano, che non può e
non va ingabbiato in una maledetta condizione fisica.

Articolo un-compagno-speciale-ilmediano in formato pdf

 

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